Reddito di uguaglianza

28 settembre 2016
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Di Rutger Bregman, da Internazionale del 26 agosto 2016.

Era l’estate del 1969, la fine del decennio dei figli dei fiori e di Woodstock, del rock e del Vietnam, di Martin Luther King e della rivoluzione femminista. Era un momento in cui tutto sembrava possibile, perino che un presidente conservatore rafforzasse lo stato sociale. Nessuno si aspettava che fosse proprio Richard Nixon a inseguire quel vecchio sogno utopistico, ma a volte la storia ha uno strano senso dell’umorismo. La stessa persona che nel 1974 sarebbe stata costretta a dimettersi a causa dello scandalo Watergate, nel 1969 era sul punto d’introdurre un reddito di base per tutte le famiglie povere: 1.600 dollari all’anno, l’equivalente di diecimila dollari di oggi, per ogni famiglia. Sarebbe stato un enorme passo avanti nella guerra alla povertà.

Prima, però, bisognava fare qualche esperimento. Furono stanziati decine di milioni di dollari per garantire un reddito di base a più di 8.500 cittadini sparsi tra il New Jersey, la Pennsylvania, l’Iowa, il North Carolina, l’Indiana, Seattle e Denver.

Il progetto avrebbe permesso anche di realizzare il primo studio sociale su vasta scala che metteva a confronto gruppi sperimentali e gruppi di controllo. L’obiettivo dei ricercatori era trovare una risposta a tre domande. 1) Se avessero avuto un reddito garantito, le persone avrebbero lavorato di meno? 2) Il programma sarebbe stato troppo costoso? 3) Si sarebbe dimostrato politicamente irrealizzabile?

Le risposte furono no, no e forse. La diminuzione delle ore lavorate fu modesta dovunque. “La tesi della ‘pigrizia’ dei poveri non è confermata dai nostri risultati”, disse uno dei ricercatori impegnati a Denver. “Non c’è stata afatto la defezione di massa dal lavoro che prevedevano i catastrofisti”. La diminuzione delle ore di lavoro retribuito fu in media del 9 per cento a famiglia, e in tutti gli stati cominciarono a lavorare meno soprattutto i giovani e le donne con bambini piccoli.

Le ricerche successive dimostrarono che anche quel 9 per cento era probabilmente un’esagerazione. Nello studio originale questa percentuale era stata calcolata in base al reddito dichiarato, ma quando i dati furono confrontati con quelli ufficiali del governo venne fuori che le persone coinvolte nello studio non avevano dichiarato una parte significativa dei loro guadagni. Dopo aver corretto questa discrepanza, i ricercatori scoprirono che il numero di ore lavorate non era diminuito quasi per nulla.

“Le ore di lavoro retribuito in meno erano state in parte compensate da altre attività, come la ricerca di un posto migliore o le faccende di casa”, si leggeva nel rapporto conclusivo dell’esperimento di Seattle. Per esempio, una madre che non aveva finito gli studi lavorava di meno per prendere una laurea in psicologia e cercare di diventare ricercatrice. Un’altra si era iscritta a un cor-so di recitazione, e suo marito aveva cominciato a comporre musica. “Ora siamo autosufficienti, ci guadagniamo da vivere con la nostra arte”, aveva detto ai ricercatori. I giovani inclusi nell’esperimento avevano dedicato allo studio quasi tutte le ore non impiegate in attività retribuite. Nel New Jersey la percentuale dei diplomi di scuola superiore era aumentata del 30 per cento.

Nel rivoluzionario 1968, quando i giovani di tutto il mondo scendevano in piazza per protestare, cinque famosi economisti – John Kenneth Galbraith, Harold Watts, Ja­mes Tobin, Paul Samuelson e Robert Lamp­man – avevano scritto una lettera aperta al congresso statunitense. “Il paese non si sa­rà assunte a pieno le sue responsabilità fino a quando non avrà garantito a tutti i suoi cit­tadini un reddito non inferiore alla soglia ufficiale di povertà”, scrivevano in un arti­ colo pubblicato sulla prima pagina del New York Times. Secondo i cinque economisti, il costo dell’operazione sarebbe stato “alto, ma entro i limiti delle capacità economiche del paese”. La lettera fu firmata da altri 1.200 economisti.

Una persona aveva cominciato a render­ si conto della direzione in cui si stava an­ dando, quella di un futuro in cui avere soldi sarebbe stato considerato un diritto fonda­ mentale: Martin Anderson, un consulente del presidente Nixon, era forte­mente contrario al progetto del reddito di base. Anderson era un grande ammiratore del filosofo
Ayn Rand, un convinto sostenito­re del libero mercato: minimo intervento possibile dello stato e responsabilità individuale. Il reddito di ba­se era l’opposto di tutto quello in cui crede­ va. Perciò Anderson partì all’attacco.

Lo stesso giorno in cui Nixon intendeva rendere pubblico il suo progetto, Anderson gli consegnò una relazione. Nelle settimane successive quel documento di sei pagine, che parlava di fatti avvenuti in Inghilterra centocinquant’anni prima, ottenne un ri­sultato impensabile. Fece cambiare idea a Nixon e di conseguenza cambiò anche il corso della storia. Il rapporto era intitolato “Breve storia di un sistema di welfare per le famiglie” ed era formato quasi per intero da una serie di brani di La grande trasformazione (1944), del sociologo ungherese Karl Po­lanyi. Nel settimo capitolo del libro Polanyi descrive uno dei primi esperimenti di stato sociale tentati nell’Inghilterra del primo ottocento, noto con il nome di sistema Speenhamland. Quel sistema era molto si­mile al reddito di base.

Il giudizio che ne dava Polanyi era deva­stante. Secondo lui non solo incoraggiava i poveri a essere ancora più pigri, facendo scendere la produttività e i salari, ma mi­nacciava le fondamenta stesse del capitali­smo. “Introduceva una novità economica e sociale come ‘il diritto di vivere’”, scriveva Polanyi, e “fino a quando non era stato abo­lito nel 1834, aveva impedito la nascita di un mercato del lavoro competitivo”. Alla fine lo Speenhamland aveva prodotto “il depau­peramento delle masse” che, secondo Po­lanyi, “avevano quasi perso la loro condi­zione di uomini”. Per loro il reddito di base non era stato un punto di partenza, ma di arrivo. All’inizio del rapporto c’era una cita­zione dello scrittore ispanoamericano Ge­orge Santayana: “Chi non ricorda il passato è destinato a ripeterlo”.

Nixon rimase di sasso. Chiamò i suoi principali consiglieri e gli ordinò di indaga­ re più a fondo su quello che era successo in Inghilterra. Loro gli mostrarono i primi ri­sultati dei programmi pilota di Seattle e Denver, da cui risultava che le persone non avevano affatto cominciato a lavorare di meno. Gli fecero anche notare che il siste­ma Speenhamland ricordava piuttosto lo sconsiderato programma di spesa sociale ereditato dall’amministrazione Nixon, che effettivamente intrappolava le persone in un circolo vizioso di povertà.

Due dei principali consiglieri di Nixon, il sociologo e poi sena­tore Daniel Moynihan e l’econo­mista Milton Friedman, sostenevano che il diritto ad avere un reddito esisteva già, an­ che se era “un diritto che la società disap­provava”. Secondo Friedman, essere pove­ri significava semplicemente non avere soldi. Niente di più e niente di meno.

Tuttavia lo Speenhamland avrebbe pro­iettato la sua ombra ben oltre l’estate del 1969. Nixon cambiò rotta e cominciò a dire cose diverse. Il progetto iniziale del reddito di base non prevedeva di costringere le per­sone a lavorare, ma lui sottolineò l’impor­tanza del lavoro retribuito. Il dibattito sul reddito di base era cominciato durante la presidenza di Lyndon Johnson, il suo pre­decessore, quando gli esperti avevano se­ gnalato che la disoccupazione stava diven­tando endemica. Ma ora Nixon parlava della disoccupazione come di una “scelta” e deplorava l’eccessivo intervento dello sta­ to, anche se il suo piano avrebbe distribuito aiuti in denaro ad altri 13 milioni di statuni­tensi (il 90 per cento dei quali erano lavora­ tori poveri).

“Nixon proponeva un nuovo tipo di assi­stenza sociale”, scrive il sociologo Brian Steensland, “ma senza inquadrarlo in una cornice concettuale chiara”. Al contrario, nascondeva le sue idee progressiste dietro una retorica conservatrice. Allora, viene da chiedersi, cosa aveva in mente?

C’è un piccolo aneddoto che lo spiega. Il 7 agosto 1969 Nixon disse a Moynihan di aver letto le biografie del primo ministro britannico Benjamin Disraeli e dello stati­ sta Randolph Churchill (il padre di Win­ston). “I conservatori e le politiche liberali”, aveva osservato Nixon, “hanno cambiato il mondo”. Il presidente statunitense voleva fare la storia. Sembrava che gli si presentas­se una rara possibilità di cancellare il vec­chio sistema, di ridare dignità a milioni di poveri e di riportare una vittoria decisiva nella guerra alla povertà. Nixon vedeva il reddito di base come il connubio ideale tra la politica conservatrice e quella progressi­ sta. L’unica cosa che doveva fare era con­ vincere il congresso. Per mettere a loro agio i suoi colleghi repubblicani e placare i timo­ ri suscitati dal precedente dello Speenham­land, Nixon decise di aggiungere un’altra clausola alla sua proposta di legge. I benei­ ciari del reddito di base disoccupati avreb­bero dovuto registrarsi al ministero del la­voro. Nessuno alla Casa Bianca pensava che fosse una misura utile. “Non m’importa niente della registrazione”, aveva detto Ni­xon a porte chiuse. “È solo il prezzo per ave­ re 1.600 dollari”.

Il giorno dopo il presidente presentò il disegno di legge con un discorso in tv. Non aveva previsto, però, che la sua retorica sul­ la lotta alla pigrizia dei poveri e dei disoccu­pati alla fine avrebbe fatto rivoltare il paese contro il reddito di base e lo stato sociale. Il presidente conservatore che sognava di passare alla storia come un leader progres­sista si era giocato un’opportunità unica di sradicare uno stereotipo che risaliva all’In ghilterra dell’ottocento: il mito del povero pigro.

Per sfatare questo mito, dobbiamo chie­derci come funzionava davvero il sistema Speenhamland. Torniamo al 1795. La rivo­luzione francese aveva scosso l’Europa per sei anni. Anche in Inghilterra il malcontento popolare era arrivato al culmine. Solo due anni prima Napoleone Bonaparte aveva sconfitto gli inglesi che avevano assedia- to Tolone, nel sud della Francia. E come se questo non bastasse, l’Inghilterra stava affrontando un altro anno di raccolti scarsi, senza la possibilità di importare il grano dal continente. Mentre il prezzo del grano continuava a salire, il pericolo della rivoluzione si avvicinava sempre di più alle sponde britanniche.

In un distretto dell’Inghilterra meridionale le autorità si erano rese conto che la repressione e la propaganda non sarebbero bastate per fermare l’ondata di malcontento. Il 7 maggio 1795 i magistrati del distretto di Speenhamland si riunirono nella locanda del villaggio di Speen e decisero di riformare completamente l’assistenza ai poveri. In particolare, i guadagni di “tutti gli uomini poveri e industriosi e delle loro famiglie” sarebbero stati integrati per raggiungere il livello di sussistenza. Le quote, una per ogni componente della famiglia, sarebbero state agganciate al prezzo del pane. Più la famiglia era numerosa, più soldi avrebbe ricevuto.

Non era il primo programma di assistenza pubblica della storia, e neanche il primo istituito in Inghilterra. Durante il regno di Elisabetta I (1533-1603) la legge sulla povertà (Poor law) aveva introdotto due forme di assistenza: una per i poveri che la meritava- no (anziani, bambini e disabili) e un’altra per quelli che dovevano essere costretti a lavorare. Quelli della prima categoria veni- vano ricoverati in ospizi, quelli della seconda venivano venduti all’asta ai proprietari terrieri e il governo locale integrava il loro salario per raggiungere un minimo concordato. Il sistema Speenhamland aveva messo fine a questa distinzione, proprio quello che Nixon avrebbe voluto fare centocinquant’anni dopo.

In poco tempo il sistema si difuse in tutto il sud dell’Inghilterra. E a quanto sembra, riscosse un grande successo. La fame e gli stenti diminuirono e, soprattutto, la rivolta fu stroncata sul nascere. Ma nello stesso periodo qualcuno stava sollevando dubbi sull’opportunità di aiutare i poveri. Nella sua Dissertation on the Poor law del 1786, il padre vicario Joseph Townsend aveva già avvertito, quasi dieci anni prima dell’esperimento Speenhamland, che “solo la fame può convincerli a lavorare; eppure la nostra legge dice che non devono mai avere fame”. E un altro religioso, Thomas Malthus, sulla base delle idee di Townsend aveva scritto un’opera intitolata Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società. Nell’estate del 1798, alla vigilia della rivoluzione industriale, Malthus ave- va denunciato “la grande difficoltà” di avanzare sulla via del progresso, “che sem- bra insormontabile”. Malthus partiva da due premesse: gli esseri umani hanno bisogno di cibo per sopravvivere e l’attrazione tra i sessi è inestirpabile.

Qual era la sua conclusione? L’aumento della popolazione sarebbe sempre stato superiore a quello della produzione alimenta- re. Secondo Malthus, l’astinenza sessuale era l’unica cosa che poteva impedire ai quattro cavalieri dell’Apocalisse di difondere guerre, carestie, malattie e morte. Era convinto che l’Inghilterra fosse sull’orlo di una catastrofe terribile quanto la peste ne- ra, che aveva spazzato via metà della popolazione tra il 1349 e il 1353.

E in ogni caso le conseguenze dell’assistenza ai poveri sarebbero state nefaste. Il sistema Speenhamland poteva solo incoraggiare le persone a sposarsi e procreare il più possibile. Uno dei migliori amici di Mal- thus, l’economista David Ricardo, era con- vinto che con un reddito di base i poveri sarebbero stati tentati di lavorare di meno, provocando un ulteriore calo della produzione alimentare e scatenando la rivoluzione anche in territorio inglese.

Nella tarda estate del 1830, la rivolta prevista scoppiò. Al grido di “pane o sangue!” migliaia di contadini inglesi distrussero le mietitrici dei padroni e chiesero un salario che gli permettesse di vivere. Le autorità reagirono duramente: arrestarono e deportarono duemila rivoltosi, mentre altri ancora furono condannati a morte.
Il governo di Londra si rese conto che bisognava fare qualcosa e avviò un’indagine a livello nazionale sulle condizioni di lavoro, sulla povertà delle zone rurali e sul si- stema Speenhamland. Quella che è considerata la più vasta indagine governativa della storia fu condotta nella primavera del 1832. Furono fatte centinaia di interviste e raccolte risme su risme di dati. Alla fine fu realizzato un rapporto di 13mila pagine che poteva essere riassunto in una frase: il sistema Speenhamland era stato un disastro.

La commissione accusò il reddito di base di essere la causa dell’esplosione demo- grafica, della riduzione dei salari e della degenerazione dei costumi. In pratica del degrado della classe operaia inglese. Appena la legge fu modificata, scrissero che fortunatamente i poveri erano tornati a essere industriosi e avevano sviluppato “abitudini frugali”, “la domanda di lavoro” era cresciuta, “in generale” i salari erano aumentati, c’erano stati meno matrimoni “infelici e sconsiderati” e le “condizioni morali e so- ciali erano migliorate sotto tutti gli aspetti”.

Il rapporto della commissione, che ebbe larga diffusione, fu a lungo ritenuto una fonte d’informazioni autorevole dalle emergenti scienze sociali, visto che per la prima volta un governo aveva raccolto in modo sistematico dei dati per prendere una decisione difficile. Trent’anni dopo, nel Ca- pitale (1867), perino Karl Marx lo usò come base per condannare il sistema Speenham-land. L’assistenza ai poveri, diceva, è una tattica usata dai datori di lavoro per abbas- sare il più possibile i salari, scaricando il problema sulle amministrazioni locali. Co- me Friedrich Engels, Marx considerava la legge sulla povertà la reliquia di un passato feudale. Per liberare il proletariato dalle catene del bisogno ci voleva una rivoluzione, non il reddito di base.

I critici dello Speenhamland erano diventati autorità assolute, e sia a destra sia a sinistra tutti finirono per considerarlo uno dei fallimenti della storia. Fino alla metà del novecento eminenti pensatori come Jeremy Bentham, Alexis de Toqueville, John StuartMill considerava la legge sulla povertà la reliquia di un passato feudale, Friedrich Hayek e, soprattutto, Karl Polanyi, avrebbero sostenuto che lo Speen- hamland era un esempio classico di programma governativo che, nonostante le buone intenzioni, era stato una catastrofe.

Le cose non stavano proprio così. Negli anni sessanta e settanta del novecento gli storici rilessero il rapporto della commissione reale sullo Speenhamland e scoprirono che buona parte del testo era stato scritto prima che fossero
raccolti i dati. Solo il 10 per cento dei questionari distribuiti era stato compilato. Inoltre tutte le domande erano insidiose e le risposte erano state stabilite in precedenza. Quasi nessuna delle persone intervistate era tra le beneificiarie del sussidio. Le prove, per così dire, erano state essenzialmente fornite dalle élite locali, e in particolare dai religiosi, quasi tutti convinti che i poveri stessero diventando sempre più pigri e immorali.
Questo rapporto in gran parte truccato era stato la base di una nuova legge sulla povertà.

Si diceva persino che il segretario della commissione, Edwin Chadwick, avesse “in mente la legge” prima che l’operazione cominciasse, ma che era stato abbastanzza astuto da raccogliere prima qualche prova a sostegno della sua tesi. Chadwick ave- va anche la “ammirevole capacità” di ottenere dalle persone le testimonianze che voleva. Era come “un cuoco francese in grado di fare un ottimo ragù con un paio di scarpe”, aveva detto un altro componente della commissione.

Secondo due studiosi moderni, i ricercatori non si erano minimamente preoccupati di analizzare i dati, anche se avevano usato “un’elaborata struttura di appendici per dare maggior peso alle loro ‘scoperte’”. Il loro metodo non avrebbe potuto essere più diverso da quello dei rigorosi esperi- menti condotti negli Stati Uniti negli anni sessanta e settanta. Gli studi statunitensi erano stati innovativi e meticolosi, ma non avevano minimamente influito sulle deci- sioni, mentre il rapporto sullo Speenhamland, basato su dati scientifici fasulli, era riuscito a far cambiare idea al presidente Nixon a centocinquant’anni di distanza.

Ricerche più recenti hanno rivelato che il sistema Speenhamland in realtà era stato un successo. Malthus si sbagliava sull’esplosione demograica, che era attri- buibile soprattutto alla crescente domanda di lavoro minorile. All’epoca i igli erano come salvadanai ambulanti, e i loro guadagni una sorta di piano pensionistico per i genitori. Ancora oggi, appena una popola- zione esce dalla povertà, il tasso di natalità scende e le persone trovano altri modi per investire nel loro futuro. L’analisi di Ricar- do era altrettanto sbagliata. Non c’era nes- suna trappola nel sistema Speenhamland, e chi lavorava poteva tenersi il contributo, almeno in parte, anche se i suoi guadagni aumentavano. In sé il reddito di base non provocava povertà, era solo stato istituitonelle zone dove già c’erano le condizioni più diicili. Le rivolte dei contadini erano state scate- nate dalle decisione presa nel 1819, su consiglio dello stesso Ri- cardo, di tornare al sistema aureo precedente alla guerra (decisione con- siderata da molti la causa della successiva recessione che colpì il paese).

Anche Marx ed Engels si erano lasciati ingannare. Con tutta la concorrenza che c’era tra i proprietari terrieri per attirare manodopera qualificata, i salari non potevano essere abbassati. Le ricerche storiche moderne, inoltre, hanno dimostrato che il sistema Speenhamland era molto più circoscritto di quanto si pensasse. Nei villaggi dove non era stato applicato la popolazione aveva continuato a soffrire a causa del sistema aureo, dell’avvento dell’industria nel nord e dell’invenzione della trebbiatrice. Le trebbiatrici, che separavano il grano dalla pula, avevano cancellato migliaia di posti di lavoro in un solo colpo, facendo scendere i salari e facendo aumentare il costo dell’assistenza ai poveri. Nel frattempo la produzione agricola non aveva mai smesso di crescere. Anzi, tra il 1790 e il 1830 era aumentata di un terzo. C’erano provviste in abbondanza più che mai, ma una fetta sem- pre maggiore della popolazione inglese non se le poteva permettere. Non perché fosse pigra, ma perché stava perdendo la batta- glia con le macchine.

Nel 1834 il sistema Speenhamland fu smantellato definitivamente. La rivolta del 1830, che se non fosse stato per il reddito di base probabilmente sarebbe scoppiata prima, segnò il destino del primo tentativo di ridistribuzione del reddito in contanti, e i poveri tornarono a essere ritenuti responsabili della loro condizione. La nuova legge sulla povertà introdusse forse la forma più odiosa di “assistenza pubblica” che il mondo avesse mai conosciuto. Convinta che gli ospizi fossero l’unico rimedio efficace contro l’immoralità e la depravazione, la commissione reale costrinse i poveri a fare lavo- ri da schiavi, come spaccare pietre o azionare i mulini. E intanto le persone continuavano a morire di fame. Nella città di Andover gli internati arrivavano addirittura a rosicchiare le ossa che avrebbero dovuto maci- nare per ricavarne fertilizzante.

Quando entravano negli ospizi, mariti e mogli venivano separati e i bambini veniva- no tolti ai genitori, che non li rivedevano più. Le donne erano lasciate morire di fame per evitare gravidanze. Charles Dickens di- ventò famoso per i suoi ritratti dei poveri dell’epoca. “Per favore, signore, ne vorrei ancora”, chiede il piccolo Oliver Twist in un ospizio per poveri dove ai bambini vengono distribuiti tre piatti al giorno di zuppa d’ave- na, due cipolle a settimana e una fetta di pane la domenica. Lungi dall’aiutare i poveri, era stato proprio lo spettro dell’ospizio a permettere ai datori di lavoro di tenere bassi i salari.

Nel frattempo il mito dello Speenhamland aveva svolto un ruolo fondamentale nel diffondere l’idea di un mercato libero che si autoregolava. Secondo due storici contemporanei (Fred Block e Margaret Somers), aveva contribuito a “insabbiare il primo grande fallimento della nuova scienza dell’economia politica”. Solo dopo la grande depressione sarebbe emerso chiara- mente quant’era stata miope l’ossessione di Ricardo per il sistema aureo. Alla fine il mercato perfetto in grado di autoregolarsi si era dimostrato un’illusione.

Eppure, centocinquant’anni dopo, la storia stava per ripetersi. Secondo Nixon, la sua generazione avrebbe fatto due cose ritenute impossibili dalle precedenti. Oltre a mandare l’uomo sulla Luna, avrebbe inal- mente estirpato la povertà.

Da un sondaggio commissionato dalla Casa Bianca risultava che il 90 per cento dei giornali aveva accolto con entusiasmo il progetto di un reddito senza condizioni per tutte le famiglie povere. Il Chicago Sun-Times lo aveva definito “un gigantesco balzo in avanti”, il Los Angeles Times “un nuovo modello coraggioso”. Il consiglio nazionale delle chiese era favorevole, lo erano anche i sindacati e perino il settore industriale. Al- la Casa Bianca arrivò un telegramma che diceva: “Due repubblicani dell’alta borghesia che pagheranno le spese del programma le dicono bravo”. Gli esperti citavano addirittura Victor Hugo: “Non c’è nulla di più forte di un’idea quando scocca la sua ora”.

Sembrava che l’ora del reddito di base fosse scoccata davvero. “Il progetto dello stato sociale è stato approvato dalla camera, una battaglia vinta nella crociata delle riforme”, titolava il New York Times il 16 aprile 1970. Con 243 voti favorevoli e 155 contrari, il Piano di assistenza alle famiglie (Family assistance plan, Fap) era stato approvato a stragrande maggioranza. La maggior parte degli esperti si aspettava che lo avrebbe approvato anche il senato, dove i progressisti erano più che alla camera. La commissione finanze del senato, però, sollevò dei dubbi. “È la proposta di legge più estesa e costosa mai fatta in materia di assistenza sociale”, disse un senatore repubblicano. Ma i più contrari di tutti erano i democratici. Pensavano che le misure del Fap non fossero sufficienti e insistevano per un reddito di base ancora più alto. Dopo mesi di passaggi avanti e indietro tra il senato e la Casa Bianca, la proposta fu bocciata.

L’anno successivo Nixon presentò al congresso una nuova proposta leggermente modificata. Anche quella fu approvata dalla camera, questa volta con 288 deputati a favore e 132 contro. Nel discorso sullo sta- to dell’unione del 1971 Nixon disse che il suo progetto, con cui “si dava un sostegno al reddito di tutte le famiglie statunitensi che avevano igli”, era la legge più importante del suo programma.

Ma ancora una volta, il senato affondò la proposta. A quel punto, il mito dello Speenhamland riprese forza. Verso la ine degli anni settanta i teorici conservatori cominciarono ad attaccare lo stato sociale, usando gli stessi argomenti del 1834.

Quegli argomenti furono ripresi anche in Wealth and poverty, il best seller del filosofo George Gilder uscito nel 1981 che ne avrebbe fatto l’autore più citato da Ronald Reagan. Gilder definiva la povertà come un problema morale che aveva le sue radici nella pigrizia e nel vizio. Gli stessi argomenti comparvero qualche anno dopo in Losing ground, un saggio molto inluente in cui il sociologo conservatore Charles Murray riciclava il mito dello Speenhamland. L’aiuto dello stato, scriveva Murray, non poteva che danneggiare la morale sessuale e l’etica del lavoro dei poveri.

Si tornava a Townsend e Malthus. Perfino Daniel Moynihan, l’ex consigliere di Nixon, aveva smesso di credere nel reddito di base in seguito a una fatale scoperta fatta al momento della pubblicazione dei risultati finali di Seattle. Un dato in particolare aveva attirato l’attenzione di tutti: il numero dei divorzi era aumentato del 50 per cento. L’interesse per questo dato mise in ombra tutti gli altri risultati positivi, come il miglioramento del rendimento scolastico e della salute. Il reddito di base, evidente- mente, rendeva troppo indipendenti le donne. Dieci anni dopo, da una nuova analisi dei dati sarebbe emerso che era stato commesso un errore: in realtà, la percentuale dei divorzi non era affatto cambiata.
Martin Anderson, il fedele seguace di Ayn Rand, sentì il profumo della vittoria. “Una riforma radicale dello stato sociale è un sogno impossibile”, scrisse esultante sul New York Times. Era arrivato il momento di ridimensionare l’assistenza pubblica, come aveva fatto la legge sulla povertà inglese del 1834. Nel 1996 il presidente democratico Bill Clinton abolì “lo stato sociale come lo abbiamo conosciuto inora”. Per la prima volta dall’approvazione della legge sulla previdenza sociale del 1935, l’assistenza ai poveri era di nuovo vista come un favore piuttosto
che un diritto. La parola d’ordine era di nuovo “responsabilità personale”. La perfettibilità della società lasciò il posto alla perfettibilità dell’individuo, simboleggiata dai 250 milioni di dollari stanziati per “l’educazione alla castità” delle ragazze madri. Il reverendo Malthus avrebbe sicuramente approvato.

Tra le poche voci di dissenso c’era quella di Moynihan. Mettendo da parte le sue perplessità, Moynihan affermò che se lo stato sociale fosse stato ulteriormente svuotato la povertà infantile sarebbe aumentata. “Si dovrebbero vergognare”, disse a proposito del governo Clinton. “La storia li svergognerà”. Intanto negli Stati Uniti la povertà infantile era risalita ai livelli del 1964, quando erano cominciate la guerra alla povertà e la carriera di Moynihan.

Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente. In una ricerca condotta per l’università di Princeton, Brian Steensland ha ricostruito l’ascesa e caduta del reddito di base negli Stati Uniti, sottolineando il fatto che, se il piano di Nixon fosse stato approvato, le sue conseguenze sarebbero state enormi. I programmi di assistenza pubblica non sarebbero più stati visti come un modo per guadagnarsi il favore dei pigri opportunisti. Non ci sarebbero più stati po- veri “meritevoli” e “immeritevoli”.

Questa distinzione storica, che trova le sue radici nella vecchia legge elisabettiana sulla povertà, è ancora oggi uno dei maggiori ostacoli a un mondo senza povertà. Il reddito di base potrebbe cambiare le cose, garantendo un minimo a tutti. Se gli Stati Uniti, il paese più ricco del mondo, avessero preso questa strada, non c’è dubbio che altri stati avrebbero seguito il loro esempio.

Ma la storia è andata diversamente. Gli argomenti avanzati in passato a sostegno del reddito di base (il sistema esistente è inefficiente, costoso e avvilente) furono usati contro lo stato sociale in generale. L’ombra dello Speenhamland e dell’incauta retorica nixoniana aveva gettato le basi dei tagli di Reagan e Clinton.
Oggi l’idea di un reddito di base per tutti gli statunitensi, per usare le parole di Steensland, è “inconcepibile” come lo era- no in passato quelle “del suffragio femminile e della parità di diritti per le minoranze etniche”. È difficile immaginare che un giorno riusciremo a liberarci del dogma secondo cui se vogliamo avere i soldi per vivere dobbiamo lavo- rare. Il fatto che un presidente conservatore come Nixon un giorno abbia cercato d’introdurre un reddito di base sembra essere completamente evaporato dalla nostra memoria collettiva.

Ma certe idee non muoiono mai. Negli ultimi anni il reddito di base ha fatto di nuovo la sua comparsa nei programmi di alcuni politici. Esperimenti su vasta scala sono stati annunciati in Finlandia e Cana- da, e sono in discussione in quasi venti città dei Paesi Bassi. Perino nella Silicon valley tutti parlano di reddito di base. Forse è arrivato il momento di liberarci dell’inutile distinzione tra i due tipi di poveri, e dell’equivoco che avevamo quasi messo da parte quarant’anni fa: il pregiudizio secondo cui una vita senza povertà è un privilegio che bisogna guadagnarsi lavorando, invece che un diritto di tutti.

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