Josko Renčel e il piacere dello smarrimento (ep. 2)

24 febbraio 2014
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Come promesso ritorniamo sul luogo del delitto. Torniamo dal maestro Josko Renčel.
Andare da lui è come salire su un ottovolante, emozioni inaspettate.
Cosa uscirà dal suo antro questa volta?
Nel suo piccolo rifugio ci attendono salumi e formaggi, che ci accompagnano nel nostro enocammino.
Una volta dentro a quella che lui chiama la sua tana con lo sguardo si viene continuamente tentati dalle etichette.
Il fronte etichetta è comune a tutte le bottiglie, ma sul retro si trova di tutto, annate, varietà e cuvee delle più disparate ti chiamano e ti incuriosiscono.

Ne segue una degustazione caotica e ordinata, vivida e appassionata.

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Entriamo con un Pinot Nero o Modri Pinot o Pinot Noir. Anno 2012, versione rosè. 12 gradi.
Vino leggero, beverino, semplice, minerale ed elegante. Si tratta di un pinot nero vinificato in bianco. Solo acciaio. Per i miei gusti è il vino giusto per l’estate, quando si ha voglia di freschezza e di liquidi. Pulisce la bocca e sta bene con del pesce e perché no con della pizza.
Attenzione è una meteora, per il momento la sua produzione si ferma.

Continuiamo subito con l’artiglieria pesante. Vitovska 2008. 13 gradi.
Il 2008 è stata un’annata difficile, complessa. Tanta pioggia.
Questo vino viene da una vendemmia tardiva, 17 ottobre, seguito da una macerazione di un mese circa. Poi tanto legno.
È una chicca. Renčel non fa tanta Vitovska e quando la trovi, e di questo livello, bisogna cogliere l’occasione al volo.
Nel bicchiere troviamo un vino cremoso, in bocca abbiamo nette sensazioni tattili, che lasciano vivide sensazioni a lungo. Ampi profumi minerali accolgono il naso al bicchiere.
La sorpresa della serata! Un vino ricco, verde e con tanto futuro davanti.

Andiamo all’anno 2006. Malvasia di ben 14 gradi. Un vino strano. Un naso confuso all’inizio, che poi nel bicchiere si apre in un vino verticale e profumato, ma comunque meno ricco del precedente.

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Ancora indietro. 2005 col Pinot Nero. Per l’esattezza il primo pinot nero fatto da Renčel. Un vino poco alcolico, 12 gradi, che nonostante l’età sembra ancora giovane. Un bel profumo, anche appena stappato. In bocca sentori di cenere, tannini ancora presenti, con un corpo esile ed elegante.

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Salto in avanti col Sauvignon 2007. Appena stappato ci regala una carica aromatica da campione della varietà. Il naso è classico, spinto e floreale. In bocca ti stupisce. È lunghissimo, bello carico e poco varietale.

Ritorniamo quindi sulla strada maestra coi tanto cari passiti. Due sorprese.

La prima è un’evoluzione. Avevamo già detto della malvasia passita, Zlate Solzice, ed ecco che ci ritorniamo sparati; anno 1998. Eh sì un brillante passito, scuro e denso. Non sembra un passito da uva a bacca bianca. Sembra un liquore, scuro e possente, che disegna eleganti coreografie sul bicchiere e in bocca. Ha 16 anni e non li dimostra. Fresco, ricco e immediato!

E poi l’esperimento. Il passito Solera. Assemblaggio di terrano passito di due annate, il 1995 e il 2000. Dopo tanti tanti anni di botte questo vino è stato assemblato assieme nel 2013, decantato in acciaio e infine imbottigliato. Un vino espressione massima del frutto, dell’uva. In sé racchiude la perfetta sintesi di zuccheri, frutta e alcol.

Ci sarebbero altre bottiglie da aprire e da assaggiare, e chissà che lo smarrimento non continui per poi ritrovarsi di nuovo a Dutovlje!

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Qui la prima puntata.

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