Istria. Europa. Le Terre Bianche di Giorgio Clai

31 luglio 2013

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Istria. Europa.
La qualità e la perseveranza abitano qui.
Siamo Krasica, più precisamente a Bijele Zemlje. Abitato di poche case, vicino a Buje.
Posizione incantevole, distante quel che serve dalla strada e dai flussi principali, in un saliscendi di vigne e uliveti che macchiano la terra bianca, bijele zemlje, per l’appunto.
Da questa caratteristica geologica prende il nome l’azienda di Giorgio Clai, Bijele Zemlje. Terre Bianche.
Nell’Istria, che frettolosamente viene spesso associata alla terra rossa, qui siamo sul bianco.
E non ci facciamo mancare nulla…

Cambio vita.
Giorgio Clai conosce bene Trieste e vi ha vissuto e lavorato per anni nell’ambito della ristorazione. Per questo motivo e per le radici familiari (radici di una vita(e)) conosce bene il vino e il suo mondo. All’alba del nuovo millennio la decisione. Tornare indietro per andare avanti. In poche parole, Istria. Nella casa che fu della famiglia. A fare il vino (e l’olio e la grappa…) dei propri sogni.

Sfuggente alle catalogazioni o alle definizioni, Giorgio lavora le terra nel rispetto della natura; molto lavoro in vigna e nessun uso della chimica. Nessun prodotto sistemico, solo rame e zolfo. Macerazioni, più o meno lunghe, lieviti autoctoni e legno. Un ritorno al futuro.
L’unica cosa che manca è lo spazio in cantina, ma su questo siamo in dirittura d’arrivo (quasi pronta la nuova e spaziosa cantina!)
La sua azienda si estende su circa 10 ettari, per lo più vino, ma anche ottimo olio.
Circa 20000 bottiglie annue, riconoscimenti in tutta Europa e soddisfazioni in crescita.

Dalla casa si vede il mare, posizione invidiabile e perfetta per la vite e l’olivo. Alle spalle la corrente che arriva dal monte Maggiore (Ucka), davanti la brezza marina che risale il Quieto. Istria.
E come dice Giorgio, alla vigilia dell’abolizione delle dogane fra Slovenia e Croazia, Istria è già Europa, in tutti i sensi, al di là di trattati e decisioni politiche.

Come detto il vulcanico Giorgio non ci fa e non si fa mancare nulla.

Grande padrone di casa passiamo qualche ora a degustare e ne usciamo proprio bene.

Gli assaggi.

Comiciamo dall’olio.

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Un blend di varietà autoctone (bianchera, busa…) e classiche varietà italiane, ottimo. Verde e fresco a distanza di mesi dalla frangitura. Per me ottimo in ogni situazione (e immancabile).
Giorgio ci racconta che ultimamente aspetta un pochettino di più per raccogliere, dopo aver “sentito” il mercato. Le raccolte troppo anticipate e il verde amaro spinto che ne conseguono non hanno lo slancio giusto sulle tavole, quindi si è fatta la scelta di addolcire e addomesticare un po’ l’olio.

Iniziamo con lo spumante di casa Clai..

Un extrabrut da uve planina o piccola ne(g)ra.
Colore rosato, fresco e di bella bevibilità, ha una predominanza al naso di sentori esotici e di frutta estiva come il melone, l’albicocca e la pesca. Ideale con questo caldo!

Continuiamo con la Malvasia Sveti Jakov 2011, un fulmine, una saetta.
Suadente, avvolgente e seduttrice.

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Le vigne sono selezionate, l’areale è preciso, quello giusto, quasi un gran cru!
La malvasia fa circa 2 mesi e mezzo di macerazione (cambia di anno in anno). Un anno di botte, un passaggio in inox per assemblarla e poi la bottiglia.
Gialla densa e intensa, “orangiata”, canta 15 gradi e non si sentono!
Un corpo e una cosnsistenza importanti, con un bel frutto maturo lungo e mai stucchevole.
Poca solforosa, circa 60 mg e via!

Fortuna, capita.
Testimoni di una mini verticale del vino successivo.
Per caso assaggiamo le annate 2011 (14,9%), 2010 (13%), 2009 (14,4%) e 2008 (15,3%!) dell’uvaggio “Ottocento” bijelo.
Pinot grigio, malvasia, chardonnay e sauvignon.
Rispetto alla malvasia porta in dote una macerazione più breve. Mentre l’affinamento in legno è molto simile.

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Dal colore giallo, rosso ramato è pieno e secco. Il 2011 ha molti sentori fra cui quello della cioccolata bianca e della crema pasticcera. Un vino particolare e seducente.
Il 2010 è stata un’annata molto piovosa, ma ha regalato un vino molto elegante, mieloso e setoso al naso, ma più corto in bocca.
Il 2009 è bello carico, ma sembra essere andato un po’ “oltre”, come se qualcosa di sbagliato fosse successo (per questo siamo testimoni di questa rapida verticale, per capire).
Il 2008 per contro ha ancora una vitalità accesa. In bocca si sentono ancora tannini attivi, per un bianco che sembra quasi un rosso.

Passiamo poi all’”Ottocento” rosso 2011. Uvaggio rosso di merlot, cabernet sauvignon, terrano e refosco.
Vinificazione con macerazione variabile per annata, lieviti indigeni e affinamento in legno grande usato per un anno.
Uvaggio rosso istriano, ancora giovane e con lunghe prospettive danvanti.
Gradazione importante (14,1%), ma non ingombrante.
Livelli di solforosa ancor più bassi dei bianchi, con una freschezza e un corpo che fanno ben sperare per il futuro.

Saltiamo il Refosco in purezza (ahimè) ancora in botte (se ne dice un gran bene). Lasciamolo lavorare tutto il tempo di cui ha bisogno.

Ma concludiamo i vini con un grandioso passito. Il Tasel.
Domando a Giorgio, “ma il passito lo fai?”, si volta e con non chalance “faccio il più buon passito del mondo!”

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Ci torneremo approfonditamente. Ma basti sapere che è un passito di moscato bianco, raccolto al momento giusto, dopo lunga passitura, quando la concentrazione di zuccheri è quella giusta.
L’alcol sprigiona calore, lo zucchero ti carezza e la giusta acidità ti accompagna in questo viaggio corposo e importante.
(E’ evidente che in questo periodo ho un debole per i passiti!)

Finita? No.

E la grappa? Non può mancare.
Clai ripete che quella che assaggiamo è un esperimento. Le prime grappe monovitigno stanno ancora riposando in delle piccole botti. Noi assaggiamo la grappa da uvaggio.
Be, niente da dire, gran finale! E veniamo impressionati da un impianto di distillazione “vero”, di grande valore e spessore, lontano dalle apparecchiature casalinghe che si vedono in giro. Un signor alambicco!
Grappa bella, secca e pulita. Un gran colpo di calore, certamente.

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A proposito dell’inizio e della fine degli assaggi, olio e grappa. Clai ci dona una curiosa immagine.
Paragona il frantoio e l’alambicco. Entrambi portatori di una magia. Vera.
Chi mangerebbe le vinacce? E chi assaggia le olive prese dall’albero le respinge, di certo.
Ecco, nel frantoio e nell’alambicco metti degli elementi repulsivi, e ne viene fuori “oro”.
Certo le immagini usate da Giorgio sono ben più colorate!
Ma noi siamo testimoni di questo atto magico, di vera creazione. Qui e ora.

Trovate le Terre bianche!

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Un commento su “Istria. Europa. Le Terre Bianche di Giorgio Clai

  1. sergio meriani merlo

    Molto interessante, coinvolgente; stimola una visita sul posto per verificare dal vivo tutte le sensazioni che il testo trasmette…. ad un lettore sensibile e interessato, naturalmente !

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